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12月11日 Bel post trovato sul NapoliIo vivo lontano dalla terra che mi ha partorito e più che spesso mi manca. È terra morbida o scabra, calda o fredda, misurata o esagerata, musicale o stonata, colorita o pallida, amante oppure ostile, gradevole oppure ostica, accogliente o scomoda e chissà quante altre cose. Sì, è proprio così: è il tutto o il contrario di tutto ed è per questo motivo che in modo sviscerato l’amo. A volte, voi non ci crederete, ma fantastico di camminare in via Toledo e fermarmi, poi, nella galleria Umberto, dove incontrandovi e sorseggiando un caffè, parlo della nostra passione. Vado, poi, giù per la Caracciolo ad ascoltare il mio mare, che ha qualcosa che altri mari non hanno e che è difficile spiegare. Mi fermo a mangiare una fetta di anguria e a parlare del più e del meno con chi me la vende. È facile nella mia città parlare con qualcuno. Cammino fino ad arrivare a Castel dell’Ovo, il più antico della città dopo castel Capuano, ed ammiro il Faito, che, dirimpetto, sulla penisola sorrentina, s’erge. Mi prende l’emozione e quasi mi s’arrresta il cuore, poi la brezza, che sempre spira in quell’angolo, dolcemente mi risveglia dall’incanto. Eccomi, allora, con la mia vecchia e sgangherata cinquecento, arrivare al Rettifilo e fermarmi per ammirare l’imponenza della Federico II. Parcheggio e lascio le chiavi ad un signore che mi chiama dottore. Salgo i gradoni lentamente ed ecco affacciarsi nella ridesta memoria tutti i miei ricordi, e le voci, e lei. Esco e prendo la Mezzocannone: via vai di studenti, di sogni, di speranze e di amori. Giro in una stradina e mi fermo al mio bar: Bar dell’Università. Sembra tutto intatto e non lo è: io ho qualche anno in più e qualche speranza svanita. C’è un ragazzo e una ragazza che, guardandosi teneramente negli occhi, parlano a bassa voce. M’accosto per sentire e m’intenerisco fino alla commozione al ricordo. M’allontano e vado via con un groppo in gola: ho bisogno di dimenticare. Mi dirigo alla Ferrovia per fermarmi, poi, al Vasto e, in seguito, alla Maddalena. Non vado in cerca di affari, non ne sarei capace; ascolto le voci e mi divertono le loro offerte: elicotteri, navi, sommergibili e quant’altro. Si pretende di vendere l’impossibile nella mia città. Vado via con l’ennesimo bidone rifilatomi, ma non importa. È tardi e mia madre m’aspetta: lei non mangia se non sono a tavola. Eccolo, il mio Vomero, il quartiere dove son nato. Parcheggio la macchina in Piazza degli Artisti e prima di rincasare mi fermo a parlare con Luigi, l’edicolante. Luigi ha un difetto: non distingue i colori. Tutto ciò che vede, lo vede in bianco e nero e probabilmente è questo il motivo della sua fede juventina. -Luì, gli dico, sai non ho potuto seguire, perché sono stato fuori città e talmente impegnato da non aver potuto leggere un giornale o vedere la televisione. Luì, dimme nu poco, ma che ha fatto ‘o Napule ca Juve?- - Dariù, mi risponde, tu tiene sempe ‘a capa fresca. Che vuò ‘nu giurnale?- Non ce la faccio e rido e mentre sto per andare via, Nicolino, suo figlio, mi tira per i pantaloni e dice:- Dariù, ‘ a Juve a pigliate tre zeppule. Papà mo cagne mestiere e se mette a vennere ‘e zeppule, fa ‘o zeppularo. Prendo la palla al balzo e rivolgendomi ancora a Luigi, gli dico: -Luì, ma daie ‘na zeppule?- Luigi, spazientito, mi risponde: - Dariù, ma tu staie a sentere a ‘stu scemo? Nun te preoccupà, Dariù, ca nce vedimme o ritorno.- - Pecchè, Luì, ‘e zeppule aumentarranno?. -Maronne mia! Statte buone, Dariù!- Torno a casa. Ecco il portone e il vecchio ascensore. Arriva finalmente e per salire al terzo piano c’impiega una vita: il tempo per ringraziare Dio di avermi fatto nascere a Napoli. |
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